Viaggio alla scoperta dei vini rossi italiani più amati di sempre.

Nel Belpaese è la Toscana una delle regioni vinicole più celebri al mondo. Forse perché quando pensiamo alle verdissime e tranquille colline del Centro Italia ci viene in mente il felice connubio tra vino, cibo e turismo.

L’enoturismo, si può dire, è nato qui: dall’intreccio di grandi cantine incastonate in campagne da cartolina, dalla bellezza di borghi storici custodi di trattorie e botteghe d’essenza italiana. Ma non si può parlare di grandi vini rossi e bianchi senza prendere in considerazione anche il resto dello Stivale. Ripercorriamo insieme i vini italiani più amati di sempre e i magnifici paesi che hanno alle spalle.

 

Montalcino, la patria del Brunello.

Qualsiasi appassionato di vino conosce bene questo splendido borgo a sud di Siena, nel cuore della Val d’Orcia. Da queste colline, infatti, nasce il celebre Brunello di Montalcino, uno dei vini più apprezzati al mondo. Ma non bisogna essere per forza amanti del vino per programmare una visita a questo piccolo paese, che sprigiona quell’atmosfera tipicamente toscana che incanta i viaggiatori di ogni continente.

 

 

Merito anche della Rocca, la possente fortezza costruita nel 1361 che domina i vicoli del centro storico, ricco di botteghe. Ma soprattutto del panorama, spettacolare, che offre allo sguardo il piacere di perdersi dal Monte Amiata alle Crete Senesi. Appena fuori Montalcino, sorge la storica abbazia di Sant’Antimo, da visitare.

Tornando al Brunello, una semplice annotazione: l’ultima annata in commercio è la 2013. Il disciplinare infatti impone 5 anni di affinamento, calcolati dalla vendemmia.

 

La Valpolicella, dove nasce l’Amarone.

Altrettanto rinomato è l’Amarone, vino prodotto nel territorio veneto della Valpolicella (in latino “Vallis-polis-cellae” che potrebbe significare “Valli dalle molte cantine”).
È tra i più importanti vini italiani e tra i più richiesti dai veri intenditori, ottenuto da una speciale tecnica di appassimento delle uve che addirittura Cassiodoro, re dei Visigoti, descrisse con ammirazione in una lettera scritta intorno al quarto secolo dopo Cristo.

 

Alba e Cuneo, le due porte del Nebbiolo.

Non sarà sicuramente il più conosciuto tra le eccellenze piemontesi (il Barolo stravince, ovviamente) ma di certo ha una lunga storia alle spalle e chi s’intende di vino rosso non ne disdegna mai un bicchiere.

 

È il Nebbiolo d’Alba, frutto delle uve dell’omonimo vitigno che cresce traendo forza da terreni ricchi di silice, calcare e argilla. Per addentrarsi in questo vino bisogna prendere la MINI e percorrere ben 32 Comuni delle province di Cuneo e Alba, dove si coltiva il Nebbiolo.
Curiosi di sapere da dove prende il nome? Dalla nebbia tipica del luogo ovviamente, che permette agli acini di maturare tardi, tanto da accompagnare l’arrivo delle prime nebbie e pioggie.
Ma c’è anche chi sostiene che i grappoli che riempiono i vitigni di queste campagne siano costantemente ricoperti da una patina trasparente simile alla nebbia.

 

 

Bolgheri, da Carducci ai Supertuscan.

”I cipressi che a Bolgheri alti e schietti / Van da San Guido in duplice filar, / Quasi in corsa giganti giovinetti, Mi balzarono incontro e mi guardar”. Quanti sono rimasti senza parole percorrendo l’emozionante viale dei Cipressi, il lunghissimo rettilineo che collega Castagneto Carducci e Bolgheri, punteggiato da due file di secolari cipressi?

 

 

Se al poeta Carducci ha ispirato la famosa poesia, i MINI Lover potranno accostare la propria MINI per un iconico selfie. Poi rotta in cantina, perché questo è il territorio dei Supertuscan. Ossia grandi vini rossi fuori dalle doc storiche (Chianti, Nobile di Montepulciano e Brunello) che al posto del sangiovese hanno come base un blend di vitigni internazionali come merlot, cabernet sauvignon e sirah. Oggi sono tra i vini più ricercati al mondo.

 

Primitivo di Manduria, voce fuori dal coro.

In questo viaggio alla scoperta delle eccellenze vinicole italiane non poteva certo mancare una capatina nella terra di mezzo dell’Adriatico, la Puglia, e un sorso del suo vino più conosciuto, il Primitivo di Manduria.

 

 

La sua peculiarità sta nella capacità d’invecchiare bene, di evolvere e affinarsi, direbbero i sommelier. Un prodotto strutturato e potente, fruttato, dalla gradazione minima (14 gradi) ma dal sapore sempre intenso, piacevole e vellutato.
Il suo segreto? La maturazione. Il Primitivo pugliese infatti viene vendemmiato già dalla seconda metà di agosto e per questo la maturazione polifenolica è già perfetta e la quantità di zuccheri negli acini notevole.

Un vino precoce, insomma, ma che non delude mai le aspettative.