Paul Newman e quel capolavoro da rivalutare: Diritto di cronaca

Fino a che punto il giornalismo può indagare nel privato delle persone? Quando un’inchiesta deve fermarsi e non sostituirsi al compito che spetta invece al ruolo giuridico? Recuperate Diritto di cronaca di Sydney Pollack, perché è uno dei film che meglio analizzano la linea sottile che separa diritto e cronaca, puntando il dito contro le eccessive ingerenze della stampa. La colpa di Michael Gallagher (un Paul Newman in splendida forma, candidato all’Oscar)? Soltanto una: essere figlio di un mafioso. Per questo, il funzionario Fbi Elliott Rosen (Bob Balaban) strumentalizza la reporter d’assalto Megan Carter (Sally Field) facendole scrivere un articolo dove getta pesanti sospetti nei suoi confronti relativamente all’omicidio di un sindacalista.

Siamo però nel pieno di un cinema hollywoodiano anni Ottanta e Pollack non rinuncia a dipingere di rosa lo sfondo del dramma, dato che Megan finirà per farsi coinvolgere sentimentalmente dall’innocente Michael. Sceneggiato da un ex giornalista premio Pulitzer, Kurt Luedtke, la pellicola si accende proprio grazie alle sfumature di Sally Field, all’epoca nel pieno della popolarità (vinse nel 1980, Oscar per Norma Rae), divisa tra amore e ambizione lavorativa. Il regista di Tootsie gestisce gli eventi narrativi con professionalità e la giusta dose di ambiguità, senza etichettare i personaggi come buoni o cattivi.

Alla fine, Diritto di cronaca diventa anche un salutare ripasso di etica del lavoro e inganni del cuore: difficile per chiunque rimanere indifferenti di fronte al fascino di un Paul Newman vittima degli eventi. E quella storia d’amore destinata a non concretizzarsi con Sally Field ha il gusto amaro della realtà: il destino è la lontananza, perché il loro posto nel mondo non può essere condiviso. Entrambi hanno intrapreso strade inconciliabili. Ormai è troppo tardi. Consigliatissimo.

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