Panini on the go: i professionisti

La pausa pranzo perfetta e veloce, ovvero il panino. Abbiamo intervistato una serie di persone che fanno lavori diversi e ci siamo fatti raccontare quale sia il loro rapporto con panini and co nella vita di tutti i giorni. La prima a rispondere alle nostre domande è Cristina Brondoni, criminologa e scrittrice (l’ultimo uscito è il romanzo ‘Voglio vederti soffrire’, Editore Clown Bianco, 2019)  

Panino e criminologia, come si sposano? 

La prima cosa a cui ho pensato è un’autopsia: tempo della morte, quando e cosa ha mangiato l’ultima volta. Ma forse non è esattamente la cosa più rosea che potesse venirmi in mente. Chiedo venia, deformazione professionale. Spingendomi un attimo oltre: uno dei migliori panini l’ho mangiato a Napoli, vista Vesuvio. Insieme a Luciano Garofano avevamo appena consegnato all’editore le bozze di un manuale sul crimine. Abbiamo deciso che quei due panini (uno diverso dall’altro) erano così buoni che li abbiamo nominati nell’introduzione. 

1. La prima cosa che ti viene in mente quando pensi al “panino”? 

Non devo farmi sentire dalle gatte mentre lo preparo, altrimenti non lo mangio più. Oppure un incontro non pianificato con un’amica o un amico. E si mangia qualcosa, un panino, per esempio, per il gusto di passare ancora un po’ di tempo insieme. 

2. Il primo panino che hai mangiato? 

Quello che mi faceva la mia mamma: michetta e prosciutto cotto. 

3. L’ultimo che hai mangiato? 

Quello che ho fatto un paio di sere fa, con formaggio, patatine fritte e salsa tartara (devo avere un problema, una fissazione, con la salsa tartara adesso che ci penso). 

4. Quale panino non mangeresti mai? 

Un panino con dentro la carne. 

5. Il panino italiano è diverso dagli altri? Perché? 

Non saprei se sia o meno diverso dagli altri. Il panino, per me, ha la stessa valenza un po’ ovunque: condividere qualcosa di non ufficiale. Di spartano e fantasioso. Il panino porta con sé una sorta di anarchia: apri il frigo e fai quello che ti pare. Diciamo che in Italia, quando apri il frigo (sempre che non sia il mio, che di solito è vuoto) hai una certa varietà. 

6. Una ricetta per un panino ambasciatore del made in Italy? (un panino con due o tre ingredienti, senza esagerare) e come è considerato il panino dove vivi? C'è qualche specialità? 

Sono un po’ un misto di culture: la mia famiglia è sparsa tra Italia, Francia, Stati Uniti e Argentina. Per cui non credo di essere proprio la persona più indicata per parlare di made in Italy. Ma ci posso provare. Ne faccio uno che mi piace parecchio: pane morbido, aperto in due e tostato un po’ all’interno spicchio di aglio a sfioro, appena passato sulla superficie interna tostata sugo di pomodoro (soffritto di cipolla, salsa di pomodoro) prima che raffreddi la metto nel panino, non troppa se no esce un disastro. Vivo a Milano. Il Milanese Imbruttito che deve laurà laurà laurà (lavorare lavorare lavorare) per fatturare ha il panino (veloce, semplice, pratico) come stile di vita. La specialità milanese è la michetta con la cotoletta alla milanese. Che non ho mai assaggiato, ma che dicono essere una cosa buonissima! 

7. Come immagini il panino tra 20 anni? 

Vent’anni sono tanti. Quando penso a una previsione a lungo termine, in genere mi attesto su un massimo di sei mesi. In tutti i campi. Basandomi sulla statistica di vent’anni fa, immagino che tra vent’anni il panino non sarà passato di moda. 

8. Se fossi un panino, che panino saresti? 

Il pane mattonella che vende il panettiere davanti a casa (e che somiglia per gusto e consistenza alla baguette, ma è quadrato, come una mattonella, appunto), con formaggio e patatine fritte (quelle del sacchetto, ma giusto quattro o cinque). Il tutto scaldato in forno per una decina di minuti. 

Ricetta del panino nella foto: Pane cristallo, salsa tartara, surimi tagliato a rondelle, carciofini sott’olio, champignon sott’olio, noci. 

Articolo a cura di Sara Uslenghi