Kurt Russell e quello strano western...

... Chiamato Bone Tomahawk

Nel 2015, quando C. Craig Zahler esordiva da regista, il western non viveva un buon periodo – eccezion fatta per Il grinta (2010), remake dei Coen – ma stava per tornare alla ribalta sotto nuove sembianze, anche grazie a Django Unchained (2012) e alla pubblicità che Quentin Tarantino ha fatto al genere per anni esaltandone le doti. Il punto di forza del suo Bone Tomahawk – il film che vi consigliamo di recuperare su CHILI - è l’evidente (e approfondita) conoscenza del genere da parte del regista, che attraverso una direzione sagace e attenta, riesce a utilizzare tutti i cliché narrativi e le atmosfere del western adattandoli e aggiornandoli.

Siamo a Bright Hope, un villaggio che è anche una terra di confine, un avamposto della civiltà, sempre all’erta per le minacce che vengono dal deserto, da quelle terre ancora non conquistate e, dunque, rimaste allo stato selvaggio. A difendere la posizione c’è lo sceriffo Franklin Hurt (un ottimo Kurt Russell), attentissimo a presidiare un villaggio in quel periodo praticamente deserto, perché il tempo è buono per il pascolo e tutti gli uomini (o quasi) sono in viaggio e chissà quando -e in quanti- torneranno. E naturalmente qualcosa succede: in una notte scompaiono cinque cavalli, una donna, un detenuto dello sceriffo e il suo giovane sostituto-aiutante.

Come nel più classico dei casi – e come segnala una strana freccia trovata sul luogo del misfatto- i colpevoli sono dei nativi. Ma gli indiani non sono tutti uguali. Anzi, se in passato l’archetipo del pellerossa non faceva tante distinzioni tra le varie tribù, Bone Tomahawk ha recepito la lezione del revisionismo western e sa distinguere tra indiani civilizzati, indiani che si fanno gli affari loro e indiani che sono loro stessi vittime inermi delle conquiste. Non diciamo oltre perché è un film tutto da vedere, molto forte e non per stomaci deboli, ma se amate il West, garantito che vi piacerà.

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