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Di qua dall'infinito

“La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve”

Le cronache raccontano con sufficiente certezza che Giacomo Leopardi scrisse L’Infinito dalle 12 e 45 di una mattina di primavera. Questa che si racconta qui è la vera, verissima ricostruzione di quel che accadde durante quella mattina, fino alle 12 e 45 e oltre, addirittura fino a “in questo mare”.
Da dove viene l’ispirazione? Su cosa si costruisce l’abitudine alla scrittura? Dov’è che appare l’infinito, e per quale motivo, e come si trovano le parole per scriverlo?
A tutte queste domande nessuno sa rispondere, ma cercando tra le piccole storture di quella che sembrava una mattina qualunque, ecco apparire alcuni appoggi, delle ipotesi, una possibile spiegazione.
Sono affezionato ad una definizione sgrammaticata e approssimativa del poeta, che non so più se ho letto o inventato: il poeta è uno che quando senti qualcosa e non sai dirla, arriva lui e te la dice.
La cronaca di quella mattina contiene suggestioni, arrabbiature, litigate, sogni, paesaggi, da cui deve venir fuori qualcosa, come in ogni mattina. Perché ogni giornata porta con sé un accidente.
Quella mattina non sembrò diversa dalle altre.
Giacomo si alza dal letto col passo arzillo e svelto di uno che va incontro alla vita con la speranza che la vita non lo deluda anche oggi. Con questo spirito nel cuore apre la tenda alla finestra e tra lui e il paesaggio scopre ancora un pezzo di notte velato da una tristissima nebbiolina che sembra confondere sguardo e speranze. Giacomo pensa: e anche questa l’ho in quel posto”. Poi, alle 12 e 45, arriva l’Infinito. (Michele Santeramo)

Le date
dal 21 al 24 novembre Pontendera, Teatro Era
 

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