Derek B. Miller: Uno strano luogo per morire

Guardian, Economist e Financial Times l’hanno indicato tra i migliori crime e thriller, tripudiando all’uscita di “Uno strano luogo per morire” e di fatto elevando il talento di Derek B. Miller al livello di quelli di Jo Nesbø, Stieg Larsson e Henning Mankell, meglio noti come “la santissima trinità degli scrittori di crime scandinavi”. 

L’ebreo ottantaduenne, ex marine e vedovo in pensione Sheldon Horowitz si è arreso alle insistenze di sua nipote Rhea e alla fine si è trasferito da lei e Lars, suo marito, a Oslo. Cecchino veterano della guerra in Corea, stufo forse di vagare da solo per le strade di New York dopo la scomparsa della moglie Mabel, Sheldon vive ora in un quartiere della capitale norvegese la cui popolazione è in maggioranza composta da balcani, pakistani e somali traslocati nel parco locale a masticare incessantemente khat. 

Un giorno, mentre è comodamente allungato sul divano a leggere un libro di Danielle Steel, Sheldon sente delle grida provenienti dal piano di sopra, unite a tonfi, botte, singhiozzi e passi in avvicinamento, rapidi e regolari, fino a che sulla soglia del suo appartamento non compare una donna. T-shirt, giacca di pelle marrone da quattro soldi, gioielli vistosi e pacchiani, ogni dettaglio in lei dice “Balcani”. Al suo fianco, Sheldon vede un ragazzino di otto anni al massimo, visibilmente terrorizzato. Ai piedi porta stivaletti di gomma blu elettrico con orsetti disegnati a mano sui lati. Il resto del corpo è avvolto in una cerata verde. Gli eventi precipitano in un istante. Dapprima il respiro e i passi pesanti di chi è in cerca dei due fuggitivi sulle scale, poi dei colpi sulla porta e, infine, la donna che spalanca gli occhi, spinge il bambino verso Sheldon, mima con le labbra parole che lui non comprende, e corre su per le scale, incontro ai suoi inseguitori.